I Timoria, la rete nell’arte.

Inserisco qui un articolo che ho trovato per caso (o forse no! ) in rete: per me sono le parole più vere e acute che siano mai state scritte sui Timoria, ricordo quel festival e ringrazio l’autore di questo articolo. (Enrico Ghedi)

TIMORIA, LA RETE NELL’ARTE

È difficile ricordare quanti altri progetti artistici abbiano affrontato così tante esperienze umane. In generale la prima sensazione, parlando ad esempio di rock, è che negli ultimi decenni la produzione musicale nel nostro paese sia cresciuta in modo notevole sviluppando nuove forme espressive (sonore e linguistiche) e scoprendo una fervida consapevolezza nei propri mezzi. Ma la sensazione è altrettanto legata a sacrifici difficilmente visibili.
Su questa riflessione il primo caso che viene in mente è quello di un’inarrestabile band bresciana, dotata di una forza comunicativa con pochi pari persino in tutta Europa. Sono così tanti i fatti e le sperimentazioni legate al nome Timoria che la biografia è a tratti spiazzante, priva di vincoli di genere tanto da poterla inquadrare se non definirla come un progetto artistico in continuo movimento dai lineamenti estremamente vasti e dilatati.
La loro scalata è quella definibile unicamente come una lunga gavetta con migliaia di concerti alle spalle, un premio vinto agli esordi che la lega sin da subito e fedelmente ad un’etichetta discografica (la Polygram) e un seguito di pubblico che fa eco in tutta Europa grazie a dieci album che difficilmente passano inosservati. Così se album come “Viaggio senza Vento” (1993) con le sue parole e le sue atmosfere ti racconta di un viaggio in Oriente, se “2020 Speed Ball” (1995) rischia di annunciarti che la realtà virtuale sostituirà le droghe per funzione e diffusione (vedi il film “Il Tagliaerbe”), insomma ci si rende conto di quanto sensibile sia stata la loro attenzione nel promuovere una musica “contenitore” ad alta concentrazione di dignità e carattere. L’ultimo loro viaggio “El Topo Grand Hotel” non è che l’ennesimo appuntamento col riassunto di ciò che ha scolpito la loro fantasia nella loro recente fase creativa, una potente mistura di blues, funky, progressive e rap con un’anima centrale e facilmente tangibile (quella di Joe). Una rete lanciata e raccolta, significati distinti e separati legati all’espressione umana che vengono stimati e incanalati verso una sola produzione: la musica come mezzo e strumento di diffusione a 360 gradi (da pensare anche a Omar Pedrini e al suo appassionante “Brescia Music Art”). Volendo darsi ulteriori spiegazioni in pochi in Italia sono stati capaci di esplorare così tanti luoghi del “territorio creativo” rimanendo così legati alle proprie radici. E non è difficile ritornare a pensare a ciò che è stato il Rock in Italia negli anni ’60 e ’70, la sua stessa distillazione negli anni ’80 e l’esplosione in altri contesti nei ’90. I Timoria rappresentano per questo il caso più trasversale e positivo, capaci di rimanere costantemente impegnati e se vogliamo scomodi (i diritti umani su tutto), vagabondi e umilmente disinvolti (dal Festival di Sanremo al Mo’ l’estate) ed il loro eco non ha mai avuto nulla a che vedere con mode e tendenze effimere, anzi!
Da considerare infine che se nell’Italia dell’arte mancano gli spazi per esprimere i propri pensieri liberamente, progetti come quello dei Timoria li hanno ricavati a forza con cura e coraggio, esplorando qualsiasi contenuto artistico a prescindere dalla loro forma e dimensione. Per convenienza siamo abituati a sapere/conoscere i “fatti” della musica su determinati spazi, di libri e arte su altri (contenitori quasi a tenuta stagna), come se tutto fosse separato per avere un’immagine più chiara e distinguibile dell’Arte. Eppure bastano una decina di album per poter considerare anche che qualcosa del bello creato dall’uomo possa avere un unico filo conduttore, un tappeto su cui potere curiosare e conoscere senza obblighi o limitazioni. I Timoria tutto questo lo sanno bene, sanno di quel filo conduttore, lo tessono da tredici anni affinché ci si possa imbattere verso un campo aperto dove l’ascoltatore possa vivere le esperienze più disparate, magari proprio quelle volute diverse per convenienza: Van Gogh, Kerouac, Doors, i nostri Ugo Tognazzi o Marco Lodola acquistano lo stesso peso umano compattandosi in unico grande racconto per chiunque. (Giuseppe Palazzolo)